Il 26 marzo 2010 ognuno di voi avrà in mano un libro, una storia che considera bella, dei personaggi che ha amato. Avrà ciò in mano, nella propria borsa o dove volete. Il 26 marzo 2010 voi prenderete questo libro e lo regalerete ad una persona a cui non avete mai parlato. Si, proprio uno di quelli che vedete tutti i giorni. Alzerete il vostro culo, schiarirete la vostra voce e metterete qualsivoglia infondata vergogna da un’altra parte. Prenderete quest’infuso di rivoluzione e lo donerete ad un vostro compagno. Lo guarderete negli occhi e sorriderete.
martedì 2 febbraio 2010
martedì 19 gennaio 2010
la voce a te dovuta
Non ho bisogno di tempo
per sapere come sei:
conoscersi è luce improvvisa.
Chi ti potrà conoscere là dove taci,
o nelle parole con cui tu taci?
Chi ti cerchi nella vita che stai vivendo,
non sa di te che allusioni,
pretesti in cui ti nascondi.
E seguirti all’indietro in ciò che hai fatto, prima,
sommare azione a sorriso,
anni a nomi, sarà come perderti. Io no.
Ti ho conosciuto nella tempesta.
Ti ho conosciuto, improvvisa,
in quello squarcio brutale di tenebra e luce,
dove si rivela il fondo
che sfugge al giorno e alla notte.
Ti ho visto, mi hai visto, ed ora,
nuda ormai dell’equivoco,
della storia, del passato, tu, amazzone sulla folgore,
palpitante di recente ed inatteso arrivo,
sei così anticamente mia,
da tanto tempo ti conosco,
che nel tuo amore chiudo gli occhi,
e procedo senza errare,
alla cieca, senza chiedere nulla
a quella luce lenta e sicura
con cui si riconoscono lettere
e forme e si fanno conti
e si crede di vedere chi tu sia, o mia invisibile.
Pedro Salinas - La voce a te dovuta
lunedì 23 novembre 2009
Non sono triste.
Sì che lo sei.
Non è quello mi ha detto. Mi ha detto che secondo lui la gente vive per anni e anni, ma in realtà è solo in una piccola parte di quegli anni che vive davvero, e cioè negli anni in cui riesce a fare ciò per cui è nata. Allora, lì, è felice. Il resto del tempo è tempo che passa ad aspettare o a ricordare. Quando aspetti o ricordi, mi ha detto, non sei né triste né felice. Sembri triste, ma è solo che stai aspettando, o ricordando. Non è triste la gente che aspetta, e nemmeno quella che ricorda. Semplicemente è lontana.
Io sto aspettando, mi ha detto.
Cosa?
Sto aspettando di fare ciò per cui sono nato.
Alessandro Baricco, Questa storia
mercoledì 2 settembre 2009
Per quanto sta in te
E se non puoi la vita che desideri
cerca almeno questo
per quanto sta in te: non sciuparla
nel troppo commercio con la gente
con troppe parole in un viavai frenetico.
Non sciuparla portandola in giro
in balìa del quotidiano
gioco balordo degli incontri
e degli inviti,
fino a farne una stucchevole estranea.
Costantino Kavafis
venerdì 6 marzo 2009
domande e risposte
Non avevo mai sentito una cosa tanto strana: non riuscivo a capacitarmi che una domanda potesse meritare un inchino.
«E allora quando dovete salutarvi cosa fate?»
«Cerchiamo di escogitare qualcosa di intelligente da domandare» rispose.
«E perché?»
Fece un rapido inchino dato che gli avevo rivolto un'altra domanda, poi spiegò:
«Cerchiamo di pensare qualcosa di intelligente da domandare in modo da far inchinare l'altro».
Fui talmente colpito da quella risposta che, quasi senza volerlo, mi inchinai profondamente. Quando alzai lo sguardo, Mika si era infilato il pollice in bocca. Se lo tolse solo dopo un bel po'.
«Perché hai fatto l'inchino?» mi chiese allora quasi offeso.
«Perché hai risposto in modo molto intelligente alla mia domanda» spiegai.
Allora Mika con voce limpida e chiara scandì alcune parole che non ho mai più dimenticato:
«Una risposta non merita mai un inchino: per quanto intelligente e giusta ci possa sembrare, non dobbiamo mai inchinarci a una risposta».
Annuii con un cenno della testa, pentendomi immediatamente perché Mika poteva pensare che mi ero inchinato alla sua risposta.
«Chi si inchina si piega» continuò Mika. «Non devi mai piegarti davanti a una risposta».
«E perché no?»
«Una risposta è il tratto di strada che ti sei lasciato alle spalle. Solo una domanda può puntare oltre»
(jostein gaardner - c'è nessuno?)
mercoledì 24 dicembre 2008
un tempo per ogni cosa
che tempo abbiamo avuto!
se solo aveste potuto vedere il tempo che c'era ai miei tempi -
quando riuscivamo a credere a ben più di sei cose impossibili prima di colazione
e i nostri eroi erano capaci di promuovere trentadue rivoluzioni per perderle tutte.
e c'era tempo per fare tutto, per essere tutto, contemporaneamente
abbiamo viaggiato con Alice spavaldi ed onnipotenti -
c'è tempo, guarda c'è tempo, ti dico che c'è tempo, ti dico che c'è tempo, c'è un sacco di tempo,
di sicuro ci sarà tempo, il tempo è dalla nostra parte, abbiamo avuto tutto il tempo del mondo...
ma
" poichè ora so che il tempo è sempre tempo
lo spazio è sempre e solo spazio
ciò che è reale lo è solo per un tempo
e per uno spazio"
ora, forse, dovremmo riuscire a prendere per mano il signor Federico Nessuno
- senza lasciare la mano di Alice -
e ammettere una volta per tutte che, sì, effettivamente siamo cresciuti,
e, sì, qualche volta è proprio ora di andare a dormire,
ma sempre con gli occhi bene aperti, per non rischiare di perderci neanche un bisbiglio.
perchè finalmente lo abbiamo imparato che c'è tempo
soltanto se c'è un tempo,
un tempo per ogni cosa.
per sceglierne magari una sola di quelle cose impossibili,
per poi realizzarla, costi quel che costi.
e arrivare in un posto per restarci, e guardare con gli occhi spalancati,
perchè c'è un tempo per viaggiare e un tempo per costruire,
un tempo per scappare e un tempo per guarire,
un tempo per capire, lunghissimo,
un tempo per spiegare,
un tempo per perdonare,
un tempo per perdere tempo.
c'è un tempo per cambiare e un tempo per tornare gli stessi di sempre,
un tempo per gli amori e un tempo per l'amore,
un tempo per essere figli e un tempo per farli, i figli,
un tempo per volere una vita spericolata e un tempo per trovare un senso a questa vita -
che è l'unica che abbiamo.
c'è un tempo per raccogliere tutte le sfide, un tempo per combattere tutte le battaglie, un tempo per fare la pace, un tempo per esigerla, la pace.
c'è un tempo per dire e un tempo per fare - e non è detto che di mezzo debba per forza esserci una barca.
a volte basta uno sguardo,
a volte persino una scheda elettorale.
c'è un tempo per innamorarsi - prorogabile.
c'è un tempo per ballare e un tempo per aspettare,
un tempo per correre,
un tempo per il silenzio.
e se c'è un tempo bellissimo per ricordare
allora ce ne deve essere anche uno calmo per dimenticare
ma senza perdere
e senza perdersi.
perchè se c'è un tempo per dormire e uno per morire, forse
- forse -
se siamo sempre stati bravi e attenti,
e continuiamo a tener gli occhi spalancati
allora, forse,
c'è anche un tempo infinito
per sognare.
(lella costa - alice, una meraviglia di paese)
mercoledì 26 novembre 2008
Ora tu pensa: un pianoforte. I tasti iniziano. I tasti finiscono. Tu sai che sono 88, su questo nessuno puo' fregarti. Non sono infiniti, loro. Tu sei infinito, e dentro quei tasti, infinita e' la musica che puoi suonare. Loro sono 88, tu sei infinito. Questo a me piace. Questo lo si puo' vivere. Ma se tu, ma se io salgo su quella scaletta, e davanti a me si srotola una tastiera di milioni di tasti, milioni e miliardi di tasti, che non finiscono mai, e questa e' la verita', che non finiscono mai e quella tastiera e' infinita... Se quella tastiera e' infinita, allora su quella tastiera non c'e' musica che puoi suonare. Tu sei seduto sul seggiolino sbagliato: quello e' il pianoforte su cui suona Dio. Cristo, ma le vedevi le strade? Anche solo le strade. Ce n'e' a migliaia, come fate voi laggiu' a sceglierne una, a scegliere una donna, una casa, una terra che sia la vostra, un paesaggio da guardare, un modo di morire. Tutto quel mondo, quel mondo addosso che nemmeno sai dove finisce e quanto ce n'e'. Non avete mai paura, voi, di finire in mille pezzi solo a pensarla, quell'enormita', solo a pensarla? A viverla...
(alessandro baricco - novecento)
io sono nata in una città attraversata da un fiume. al contrario di Novecento per me è il mare a non aver confine. sono abituata con il fiume. per quanto sia grande ed imponente vedi sempre l'altra sponda. è come se vedessi sempre, ben chiaro, il confine. e, qualcuno, dice che così non riesci più a credere ai miracoli. perchè la vedi la fine. il confine che ti rassicura e ti riporta a casa, ogni volta.
e cosa fai allora se ti trovi davanti ad una tastiera infinita, su quello stramaledetto seggiolino sbagliato? suoni. o almeno ci provi. perchè, in fondo nessuno ti dice che devi suonarli tutti quei tasti. ne scegli qualcuno e fai la tua sinfonia. e magari andando avanti ti rendi conto che qualche suoni ti manca ed allora scegli qualche altro tasto. anche harry potter ha scelto. perchè "sono le scelte che facciamo che dimostrano quel che siamo veramente, molto più delle nostre capacità" (j.k.rowling - harry potter e la camera dei segreti).
e capitano le scelte sbagliate. capitano e se ne pagano le conseguenze. e serve a poco avere ripensamenti. ogni scelta, ogni bivio che abbiamo imboccato, ogni curva nella strada che abbiamo scelto di fare ci ha portato fin dove siamo oggi.
e baricco continua.
A me m'ha sempre colpito questa faccenda dei quadri. Stanno su per anni, poi senza che accada nulla, ma nulla dico, fran, giù, cadono. Stanno lì attaccati al chiodo, nessuno gli fa niente, ma loro a un certo punto, fran, cadono giù, come sassi. Nel silenzio più assoluto, con tutto immobile intorno, non una mosca che vola, e loro, fran. Non c'é una ragione. Perché proprio in quell'istante? Non si sa. Fran. Cos'é che succede a un chiodo per farlo decidere che non ne può più? C'ha un'anima, anche lui, poveretto? Prende delle decisioni? Ne ha discusso a lungo col quadro, erano incerti sul da farsi, ne parlavano tutte le sere, da anni, poi hanno deciso una data, un'ora, un minuto, un istante, è quello, fran. O lo sapevano già dall'inizio, i due, era già tutto combinato, guarda io mollo tutto tra sette anni, per me va bene, okay allora intesi per il 13 maggio, okay, verso le sei, facciamo sei meno un quarto, d'accordo, allora buonanotte, 'notte. Sette anni dopo, 13 maggio, sei meno un quarto, fran. Non si capisce.
E' una di quelle cose che è meglio che non ci pensi, se no ci esci matto. Quando cade un quadro. Quando ti svegli un mattino, e non la ami più. Quando apri il giornale e leggi che è scoppiata la guerra. Quando vedi un treno e pensi io devo andarmene da qui. Quando ti guardi allo specchio e ti accorgi che sei vecchio. quando, in mezzo all'Oceano, Novecento alzò lo sguardo dal piatto e mi disse: "A New York, fra tre giorni, io scenderò da questa nave".
Ci rimasi secco.
Fran.
non c'è poi tanto da capire. a volte, forse, bisogna solo fare.... fran.
domenica 5 ottobre 2008
provo a pensare alla mia vita da precaria trentenne. e nonostante l'animo in sospeso e l'incertezza di ogni giorno so bene dove voglio andare. non so se è la strada giusta, so solo che è quella che voglio fare, un passo dietro l'altro.
non ho molti dubbi su chi sono ed ho anche la serena consapevolezza di poter cambiare da quello che sono oggi. ho una famiglia ingombrante e chiassosa che, nonostante tutto, mi vuol bene e c'è in ogni occasione, che sa essere punto di partenza ed un ottimo porto dove attraccare quando tutto fa troppo male. un nipote stupendo che amo visceralmente e che riesce sempre a farmi sorridere. e mi ritrovo a pensare a quando sarà un po' più grande e potremo fare un sacco di cose insieme.
ho un lavoro che mi permette di vivere e non mi dispiace nemmeno. ho un bel po' delle mie ore impegnate per circolo culturale di cui faccio parte, anche se ogni tanto è difficile, anche se ogni tanto la stanchezza è tanta.
ho un sacco di cose nella mia vita. un sacco di persone intorno. ma ho sempre dentro la sensazione che manchi qualcosa. qualcuno l'ha chiamata la ferita dei non amati. quando non ti senti amato per come vorresti e non sai rassegnarti.
io non so. so che dentro in certi momenti mi fa tanto male e mi sento anche un po' ingrata visto tutte le cose belle che ho nella vita. e cosa ce'ntra il faro? beh. vorrei riuscire ad essere faro. essere io stessa il mio punto fermo nell'oscurità. con la fiducia in me stessa e un po' più d'amore per me. vorrei essere in grado di sopportare un pochino meglio le tempeste senza farmi, ogni volta, devastare, perchè ogni volta è più difficile ricostruirsi.
non so. mi piacerebbe anche sentirmi amata. amata perchè sono io, con i miei difetti ed i miei pregi, perchè sono rompiscatole ma anche caotica e sconfusionata. perchè non sono capace a cucire un bottone e nemmeno a rammendare un calzino... ma so che le mucche pascolano seguento il magnetismo terrestre. mi piacerebbe andare a fare la spesa con qualcuno e pensare alla vacanze. vivere le piccole cose quotidiane e svegliarmi la mattina con qualcuno al mio fianco e dover fare i turni per il bagno per non arrivare tardi al lavoro. preparare il caffè e sedermi a far colazione facendo due chiacchiere ed iniziare la giornata con un sorriso.
e queste cose mi mancano. posso provare a far finta di niente e continuare ad andare avanti con le mia vita aspettando che, prima o poi, la persona giusta arrivi. posso continuare ad aspettare. ma, a volte, la mancanza di queste piccole grandi cose, è davvero insopportabile.
ci provo a vivere a "prescindere" da queste mancanze che sento. ogni tanto è solo dannatamente difficile.
prova a immaginare: quando la tempesta ti flagella da dritta, gli scogli ti minacciano la carena, l'unica salvezza ti viene da una sola luce. non importa se è la luce del porto o quella che ti segnala il pericol, ora navighi verso la salvezza. spunta il giorno e tu sei ancora vivo."
(jeanette winterson - il custode del faro)
martedì 9 ottobre 2007
- Schifezze - rispose.
- Cosa sono le schifezze?
- Sono cose che nella vita non bisogna fare.
- E ce n'è tante?
- Dipende. Se uno ha tanta fantasia, può fare molte schifezze. Se uno è scemo magari passa tutta la vita e non gliene viene in mente nemmeno una.
La cosa si complicava. Pekish se ne accorse. Si tolse gli occhiali e lasciò perdere Jobbard, i tubi e le altre storie.
- Mettiamola così. Uno si alza al mattino, fa quel che deve fare e poi la sera va a dormire. E li i casi sono due: o è in pace con se stesso, e dorme, o non è in pace con se stesso e allora non dorme. Capisci?
- Si.
- Dunque bisogna arrivare alla sera in pace con se stessi. Questo è il problema. E per risolverlo c'è una strada molto semplice: restare puliti.
- Puliti?
- Puliti dentro, che vuol dire non aver fatto niente di cui doversi vergognare. E fin qui non c'è niente di complicato.
- No.
- Il complicato arriva quando uno si accorge che ha un desiderio di cui si vergogna: ha una voglia pazzesca di qualcosa che non si può fare, o è orrendo, o fa del male a qualcuno. Okay?
- Okay.
- E allora si chiede: devo starlo a sentire questo desiderio o devo togliermelo dalla testa?
- Già.
- Già. Uno ci pensa e alla fine decide. Per cento volte se lo toglie dalla testa, poi arriva il giorno che se lo tiene e decide di farla quella cosa di cui ha tanta voglia: e la fa: ed eccola li la schifezza.
- Però non dovrebbe farla, vero, la schifezza?
- No. Ma sta' attento: dato che non siamo calzini ma persone, non siamo qui con il fine principale di essere puliti. I desideri sono la cosa più importante che abbiamo e non si può prenderli in giro più di tanto. Così, alle volte, vale la pena di non dormire per star dietro ad un proprio desiderio. Si fa la schifezza e poi si paga. E' solo questo davvero importante: che quando arriva il momento di pagare uno non pensi a scappare e stia lì, dignitosamente, a pagare. Solo questo è importante.
Pehnt stette un po' a pensare.
- Ma quante volte lo si può fare?
- Cosa?
- Fare schifezze.
- Non troppe, se si vuole riuscire a dormire ogni tanto.
- Dieci?
- Magari un po' meno. Se sono vere schifezze, un po' meno.
- Cinque?
- Diciamo due. poi se ne scappa qualcun'altra.
- Due?
- Due.
venerdì 24 agosto 2007
mentre tornavo a casa mi sono messa a piangere e mi sono anche fermata a fare benzina alla macchina che eran due giorni che ero in riserva. pensavo ai regali. fare un regalo è una cosa bellissima. lo cerchi e lo scegli. ci sono tanti tipi di regali, ma comunque un regalo sarà sempre qualcosa che ti legherà alla persona a cui lo fai. fosse anche solo un libro. basta un po' di memoria e quando lo riapri ricordi chi te l'ha regalato, soprattutto se è un buon libro.
mi hanno regalato un braccialetto di "dodo" con una placchetta in oro rosa con su un dodo. come portare il mio soprannome al braccio ogni momento. mi è stato regalato per la voglia di un oggetto che potesse essere con me ogni giorno ed ogni ora. ed oggi ripensavo proprio a questa cosa. a quanto una persona possa essere dolce ed attenta e farti un regalo con un significato così bello e poi come riesca a tenerti al margine della sua vita, senza mai farti entrare. a quanto a volte faccia male un braccialetto al polso quando tu vorresti solo poterla vedere qualche volta in più e condividere qualcosa con lei.
e credo che poco c'entri le età diverse oppure i percorsi. forse alle volte serve soltanto un po' di onestà. io capisco. e questo, spesso e volentieri, non è un vantaggio.. ma una condanna. rimango al margine anche se a volte fa male. lascio lo spazio e cerco di non essere invadente. provo a essere presente per quel che posso e quel che so, ma soprattutto per quel che mi è permesso. onestà e rispetto. segnali contraddittori e belle parole. e poi? e poi un muro in mezzo invalicabile. li conosco bene i muri, ne sono attorniata. ma so che non sono io a doverli buttar giù, non sono io che vuole. e provo ad accettarlo anche se fa male.
sono un amica? no, non sono nemmeno un amica. sono lì, presente nella sua vita. a totale disposizione quando vuole ed inesistente quando non mi cerca. aspetto, per ora non posso fare nulla.
ho sbagliato? no. dovessi vivere altre mille vite rifarei ciò che ho fatto. affronto mesi d'inferno per quell'attimo di paradiso. anche se mi mancano le sue labbra da impazzire. e mi manca lei.
mi manca ciò che non ho mai avuto. stare stese sul divano "accoccolate" a chiacchierare. addormentarsi con il suo calore vicino e svegliarsi con un bacio. andare a fare la spesa e scherzare quando sbagli qualcosa.
mi mancano tante cose eppure sopravvivo senza cercando di non sentire troppo male. non ho paura a dirlo. ho voglia di sentirmi amata. e sono un po' stanca di tutte le varie forme d'amore che mi arrivano. ho voglia di quell'amore là. quello che ti scalda e ti abbraccia. quello che è cura ed accettazione totale.
e non lo cerco e mi innamoro sempre delle persone sbagliate. almeno così pare. e così rimango lì, nei dintorni di una donna inaccessibile per me a rendermi ridicola ed a sperare anche solo in uno sguardo o magari in un bacio.
e sono stanca. come direbbe lella costa stanca di guerra.
- la guerra? è un po' come tutto il resto. ti sfiora un proiettile, come ti sfiora la donna che sarebbe stata la tua felicità, e sparisce nel buio. e tu non è che ci puoi fare un granchè.
- ma allora noi cosa ci stiamo a fare?
- noi? noi stiamo in posa. noi stiamo tutto il tempo a cercar di capire una cosa molto semplice e molto difficile: che faccia fare.
davanti al nemico, sotto gli occhi di quelli che ti amano, quando guardi la tivù, quando la tivù guarda te, quando ti dicono che sei bellissima, quando non ce la fai più, quando vinci, quando hai perso... che faccia fare. le parole se le dimenticheranno. i gesti non li capiranno. ti guarderanno in faccia come tanti "rinaldi foto". e in uno sguardo vorranno capire. e tu, con uno sguardo, dovrai farglielo capire. tu, da che parte stai. che poi quello sguardo se lo tengono per sempre nel portafogli.
(tratto da "stanca di guerra" - lella costa - in tournée)
lunedì 20 agosto 2007
stamattina è stato un po' come il primo giorno di scuola. ritornare fa sempre un certo effetto. hai perso il ritmo che avevi ed hai anche una settimana di "gossip" da recuperare, ma alla pausa caffè delle 10 hai già ingranato la marcia giusta.
nel primo pomeriggio è anche passato il presidente che con la sua solita aria di chi non vede i coltelli che volano tra gli uffici e con il tono allegro chiede, ogni volta, "tutto bene?". e che gli vuoi dire? e mentre pensi alla risposta che gli vorresti dare (no, diamine, non c'è nulla che vada bene e lo sai perfettamente. ma preferisci far finta di non vedere, preferisci tirar fuori il sorriso dei giorni migliori e prenderci per i fondelli.) fai uno splendido sorriso e farfugli solamente un chiaro e semplice "tutto bene, a parte le ferie... per il momento finite...". contento lui ed almeno ti si leva dall'ufficio e puoi continuare a lavorare in pace.
oggi giornata di stipendi e meno male che lunedì è San Paganino (come si dice da queste parti) che questo mese sembrava non finire mai. e magari lunedì un po' d'ansia se ne va.
stasera miss Loacker e consorte sono venuti a cena, che almeno tutto quello che ho cucinato ha coccolato qualcuno. e poi ci ha raggiunti la rossa che finalmente ha saputo la bella notizia. una serata serena e tranquilla. ogni tanto ci vuole.
ed ora un po' di silenzio. un po' di tempo per me, finalmente. ho tanti pensieri per la testa e la tranquillità è lontana. ho l'anima in subbuglio ed il cuore imprigionato in una prigione dal quale non posso farlo uscire. evito contatto fisico e visivo, evito di far avvicinare le persone. rialzo muri che avevo abbassato, muri che ti difendono e che alla fine ti imprigionano.
li ho abbassati. ho mediato tra la mia anima selvatica e quella domestica e ho tolto ogni difesa. il risultato? ferite su cicatrici non ancora rimarginate. e mi faccio fregare ogni volta. ogni volta mi fido, ogni volta mi rendo vulnerabile per poi battere in ritirata quando il dolore va troppo in profondità. qualcuno una volta mi ha definito un cucciolo imprigionato dentro un armatura enorme. un cucciolo impavido che appena vede un po' di sole tira fuori dall'armatura l'intero naso e così si prende le bastonate. mentre dovrebbe solo imparare ad essere più sospettoso e cercare di salvaguardarsi un po'.
ma non si cambia la propria natura. la si può levigare un pochino ma non capovolgere. se nasci rosa muori rosa, non morirai mai orchidea. ed allora l'unica cosa che puoi fare è metterti l'anima in pace e accettare quello che sei.
"quanto a jordan, lui non ha il mio buon senso e non c'è dubbio che inseguirà i suoi sogni in capo al mondo finchè non precipiterà nel vuoto.
non posso certo insegnargli l'amore, visto che non ne so nulla nemmeno io, però posso senz'altro insegnargliene la privazione e forse convincerlo che esistono cose peggiori della solitudine."
(jeanette winterson - il sesso delle ciliegie)
domenica 19 agosto 2007
il week end è andato. ho cucinato per mandare via la tensione ed ora mi ritrovo con da mangiare un per reggimento e non mi piace mangiare da sola. e poi c'è una cosa strana per cui se cucino non mangio. mi piace cucinare per gli altri, mi piace dare il piacere di buon cibo e la trasmissione d'amore che c'è in una tavola preparata con attenzione e cura.
oggi sono andata al maneggio. 38 giorni per risalire sul cavallo e mandare via tutte le paure dopo quella caduta. per quanto uno scricciolo possa sembrare piccolo ed indifeso, di forza dentro ne ha, ed anche tanta.
nel viaggio di ritorno dal maneggio pensavo alle cose non dette. ti rimangono in testa per ore e non le riesci a cancellare, loro rimangono lì, a imperituro monito della tua stupidaggine. avevo la cena pronta e forse, davanti ad un buon piatto ed un buon bicchiere di vino, un po' di quella distanza che c'è... se ne sarebbe andata. avevo tutto, ma non avevo le parole per chiederlo.
non sono capace a chiedere, così come non sono capace a difendermi. fisso il muro contro il quale andrò a schiantarmi ma so che non sono in grado di evitarlo. non voglio evitarlo, non voglio dover raccontare a mio nipote i miei rimpianti, preferisco di gran lunga raccontargli la storia di ogni cicatrice sul mio corpo e sul mio cuore, preferisco raccontargli ogni volta che ho amato profondamente e totalmente, senza paura del dolore che potevo provare.
ogni tanto ci ripenso a 38 giorni fa. non sarebbe cambiato nulla, ma se mi fossi fidata del mio istinto e delle mie sensazioni, almeno avrei potuto mettere a tacere questo dannatissimo tarlo che ho dentro.
"quando jordan era piccolo costruiva barchette di carta e le faceva navigare sul fiume. così imparò l'effetto del vento sulle vele ma non imparò mai l'effetto dell'amore sul cuore. la sua pazienza era seconda solo alla sua speranza. passava giorni e notti ad armeggiare con dei legnetti staccati dalle cassette di frutta e a trasformare in vele ogni pezzo di carta che rubava. avevo l'abitudine d'osservarlo mentre se ne stava in piedi sul fango o steso a faccia in giù con il naso che sfiorava la corrente, con le mani che raddrizzavano la barchetta prima di spingerla nella direzione del vento. dimentico di sè per ore e ore. al momento opportuno si sarebbe comportato così anche col suo cuore. lui non credeva nei naufragi.
e se ne tornava a casa con la barchetta rotta e col viso rigato di lacrime, sedevamo accanto alla lampada, l'aggiustavamo alla meglio e il giorno dopo era di nuovo come il primo giorno. ma quando perse il suo cuore non aveva nessuno accanto a se. era solo."
(jeanette winterson - il sesso delle ciliegie)
mercoledì 8 agosto 2007
l'estensione ignota dei miei bisogni mi spaventa. non so quanto grandi siano o quanto alti, so solo che non vengono soddisfatti. se vuoi misurare la circonferenza di una goccia d'olio puoi usare la polvere di licopodio. ecco cosa cercherò. un barattolo di polvere di licopodio da spargere sui miei bisogni per scoprire quanto sono grandi. così, quando incontrerò qualcuno, potrò mettere nero su bianco i risultati dell'esperimento e mostrare a quella persona cosa l'aspetta. forse potrebbe risultare impossibile misurare il ritmo di crescita dei miei bisogni, oppure potrebbero rivelarsi mutevoli e persino scomparire... di una cosa sono certa: non voglio essere tradita, anche se è molto difficile metterlo ben in chiaro all'inizio di una relazione. non è una parola che la gente usi spesso e la cosa mi confende perchè anche se so che esistono vari tipi di infedeltà, il tradimento resta sempre tradimento, comunque lo si guardi. e per tradimento intendo far credere di essere dalla tua parte per poi stare dalla parte di qualcun altro."
"il tempo è un potente anestetico. la gente dimentica, si annoia, invecchia e se ne va."
(jeanette winterson - non ci sono solo le arance)
giovedì 12 luglio 2007
"se potessi avere indietro il tempo perduto, oggi sarei con te"
(dove ho già sentito questa frase?) "ma tu sei con me"

"no, ti sbagli"
mercoledì 11 luglio 2007
a volte mi chiedo se mai tornerò a provare l'abbandono di un sonno sereno. non ho sonno, come al solito, e mi appresto ad una nuova notte di parole letto, oppure scritte.l'abbandono. il lasciare andare le proprie fragilità e non dover difendersi da tutto e tutti. l'abbandono.
la stessa parola per descrivere ciò che più temiamo e ciò che più aneliamo. abbandono ed abbandono. la più estrema solitudine e la più pericolosa vicinanza ad un altro essere umano.
si nasce e si muore e si è da soli. dicono che è il pezzo che sta in mezzo che si fa in compagnia. chiamalo viaggio, chiamala strada, destino, fato o come diavolo di pare è comunque quel dannanto pezzo che ci sta in mezzo per cui necessiti di non essere sola. fosse anche solo per un abbraccio che ti tenga stretta per far sembrare la notte meno lunga.
troppo selvatica per resistere in un abbraccio. oppure troppo impaurita. ed il selvatico non si addomestica. non quando quel selvatico ti è entrato dentro il dna.
in fondo se mai nessuno ti ha "tenuto" finisce che poi, anche arrivasse qualcuno che vorrebbe "tenerti", quell'abbraccio non lo accetti più.
"io sono un po' zibetto un po' animale domestico. come posso conciliare la natura selvaggia e quella domestica? il cuore selvaggio che anela alla libertà e il cuore domestico che vuole tornare a casa. non voglio che tu ti avvicini troppo. voglio che tu mi prenda in braccio e che mi riporti a casa. non voglio farti sapere dove sono. voglio un rifugio tra le rocce dove nessuno possa trovarmi. voglio stare con te."
(jeanette winterson - il custode del faro)
venerdì 8 giugno 2007
(alessandro baricco - oceano mare)
mercoledì 30 maggio 2007
(alessandro baricco - oceano mare)
lunedì 23 aprile 2007
(alessandro baricco - oceano mare)
giovedì 22 febbraio 2007
(jeanette winterson - scritto sul corpo)
martedì 13 febbraio 2007
o anche smettere di contare sull'attenzione degli altri per avere certezza della nostra esistenza."
(elena stancanelli - firenze da piccola)
così parla elena stancanelli in un libro perfetto per un viaggio roma-torino in treno. parla della sua firenze e della sua infanzia.
per 27 anni di seguito ho portato sempre l'orologio. al mare, in piscina, sempre. poi l'anno scorso ad agape per gustarmi a fondo i giorni del campo lesbico ho deciso che mi sarei "presa il mio tempo" lasciando perdere il tempo dell'orologio e l'ho tolto.
e da allora metto l'orologio qualche rara volta per uscire, come un qualsiasi altro accessorio, anche se continuo ad esserne irrimediabilmente attratta.
uso il cellulare e, come elena stancanelli, mi sono ritrovata a guardarlo di sfuggita con la scusa di controllare l'ora, qualche volta mi è capitato pure di spegnerlo convinta che c'era qualche problema... che non era possibile non suonasse. poi pian piano, come per tutto il resto ci si abitua.
pian piano e nonostante dei piccoli passi avanti la strada sembra sempre più in salita. e così ti capita di dover uscire e passare venti minuti a cercare il cellulare che chissà-dove-diavolo-è-finito. oppure di andare in ufficio lasciandolo sul comodino. oppure di non preoccuparti se è quasi scarico. e nello stesso tempo magari ti capita una serata di silenzio dove guardi il cellulare e ti chiedi perchè non suona.
sono iscritta alla lista lesbica italiana dal 21.11.2000. ho passato molto tempo da silente e tutt'ora scrivo a momenti alterni. e le risposte? a volte arrivano altre no. a volte quello che è un pezzo del tuo animo chi legge lo lascia cadere nel vuoto ed altre volte quando scrivi di nulla ti portano in trionfo. certo fa paura togliersi quell'armatura che ti difende, certo fa paura essere se stesse anche quando non sembra ci sia l'approvazione degli altri.
le risposte? passando per luoghi comuni potrei dire che sono tutte dentro di noi. ma non è vero, almeno secondo me. le risposte non so dove siano e non mi interessa neppure. sono da qualche parte ed arrivano quando smetti di cercarle.
giro con l'armatura da cavaliere per difendere strenuamente quello che c'è dentro di me. perchè mi sembra sia prezioso ed indifeso. e difendendolo in questo modo l'ho reso ancora più fragile.
e così di notte, quando non dormo, scrivo. e non mi aspetto mai nessuna risposta. scrivo quello che le mail lette oppure la mia vita mi hanno smosso dentro. a volte non seguo nemmeno gli argomenti e vado fuori tema. poco importa. alla maturità allo scritto di italiano ho preso il voto più alto della mia carriera scolastica andando quasi totalmente fuori tema.
non sarò mai capace, come la dickinson, di scrivere "la mia lettera al mondo". però mi piace poter avere la possibilità almeno di provarci. e così mi sono messa il cuore in pace. la dickinson diceva che il mondo non le scrisse mai, e diamine "sto mondo" non rispondeva alla dickinson, allora forse non è così tanto grave se non risponde nemmeno a me.

