Farewell, non pensarci e perdonami se ti ho portato via un poco d' estate con qualcosa di fragile come le storie passate: forse un tempo poteva commuoverti, ma ora è inutile credo, perchè ogni volta che piangi e che ridi non piangi e non ridi con me...
domenica 7 febbraio 2010
venerdì 8 gennaio 2010
Pearl Jam - Just Breathe
Stay with me... Let's just breathe.
Practiced are my sins,
Never gonna let me win,
Under everything, just another human being,
Yeah, I don't wanna hurt, there's so much in this world
To make me bleed.
giovedì 17 dicembre 2009
If my being around meant anything.
I’ll never find out now
What A. thought of me.
If B. ever forgave me in the end.
Why C. pretended everything was fine.
What part D. played in E.’s silence.
What F. had been expecting, if anything.
Why G. forgot when she knew perfectly well.
What H. had to hide.
What I. wanted to add.
If my being around
meant anything
to J. and K. and the rest of the alphabet.
ABC Wislawa Szymborska
giovedì 10 dicembre 2009
risurrezione e coraggio.
settimana dal 11 al 17 dicembre 2009 di Rob Brezny (Internazionale)
Come sta andando il tuo piano annuale di risurrezione, Cancro? Ti sei occupato delle ultime rifiniture nelle settimane scorse? Se non l'hai fatto, sbrigati. È ora di risvegliarti dal mondo dei morti e di smetterla di vagare nel sottosuolo. Il lutto per i tuoi sogni infranti è finito. A gennaio comincia l'era dell'esplorazione: assicurati che per quel momento il tuo coraggio rinato sia pronto all'azione.
venerdì 4 dicembre 2009
rialzarsi e correre.
Cancro (21 giugno - 22 luglio)
settimana dal 4 al 10 dicembre 2009 di Rob Brezny (Internazionale)
lunedì 23 novembre 2009
Non sono triste.
Sì che lo sei.
Non è quello mi ha detto. Mi ha detto che secondo lui la gente vive per anni e anni, ma in realtà è solo in una piccola parte di quegli anni che vive davvero, e cioè negli anni in cui riesce a fare ciò per cui è nata. Allora, lì, è felice. Il resto del tempo è tempo che passa ad aspettare o a ricordare. Quando aspetti o ricordi, mi ha detto, non sei né triste né felice. Sembri triste, ma è solo che stai aspettando, o ricordando. Non è triste la gente che aspetta, e nemmeno quella che ricorda. Semplicemente è lontana.
Io sto aspettando, mi ha detto.
Cosa?
Sto aspettando di fare ciò per cui sono nato.
Alessandro Baricco, Questa storia
sabato 21 novembre 2009
potere e dovere.
ho detto possiamo?
volevo dire dobbiamo.
places that pull: nuova zelanda (in 4 mesi) - settimana 13: in cui due g. si raccontano
mercoledì 18 novembre 2009
not a problem, but a reality

l'originale trovato qua.
Stanchezza
Quello che c’è in me è soprattutto stanchezza
non di questo o di quello
e neppure di tutto o di niente:
stanchezza semplicemente, in sé,
stanchezza.
La sottigliezza delle sensazioni inutili,
le violente passioni per nulla,
gli amori intensi per ciò che si suppone in qualcuno,
tutte queste cose -
queste e ciò che manca in esse eternamente -
tutto ciò produce stanchezza,
questa stanchezza,
stanchezza.
C’è senza dubbio chi ama l’infinito,
c’è senza dubbio chi desidera l’impossibile,
c’è senza dubbio chi non vuole niente -
tre tipi di idealisti, e io nessuno di questi:
perché io amo infinitamente il finito,
perché io desidero impossibilmente il possibile,
perché voglio tutto, o ancora di più, se può essere,
o anche se non può essere…
E il risultato?
Per loro la vita vissuta o sognata,
per loro il sogno sognato o vissuto,
per loro la media fra tutto e niente, cioè la vita…
Per me solo una grande, una profonda,
e, ah, con quale felicità, infeconda stanchezza,
una supremissima stanchezza,
issima, issima, issima,
stanchezza…
da Poesie di Alvaro de Campos (F. Pessoa) (trovata qui)
sabato 17 ottobre 2009
Ivano Fossati - Il bacio sulla bocca
Stancami
e parlami
abbracciami
fruga dentro le mie tasche
poi perdonami
sorridi
guarda questo tempo
che arriva con te
guarda quanto tempo
arriva con te.
lunedì 5 ottobre 2009
voli pindarici e giravolte
ecco, come glielo spieghi?
mercoledì 23 settembre 2009
il tutto scorrevole
tutto scorre. bisogna guardare tutto, ascoltare tutto, e fare il pieno di emozioni. tutto scorrevole. tranne quei pochi che hanno ancora cuore per saper che differenza fa vedere e sentire. e soprattutto che differenza fanno i sentimenti.
tutto scorre, mentre c'è chi ancora vede l'autunno con la malinconia e lo splendore dei suoi colori. l'inverno con il freddo che taglia la pelle e le nevicate. la primavera con il verde delle colline e le prime serate calde. ed anche l'estate, con la frutta matura degli alberi ed il cielo limpido. e se la piantassi di scorrere e di passare in fretta potresti finalmente fermarti e smettere di guardare il dito che ti indica la luna.
martedì 22 settembre 2009
il lutto scorrevole
Gli anziani ricordano che durante i funerali del Grande Torino l'Italia intera si arrese al dolore. Saracinesche abbassate e lutto al braccio, da Bolzano a Palermo. Un senso di sgomento collettivo, immortalato in pagine stupende da Indro Montanelli, che raccontò una partita di calcio giocata in piazza San Marco dai ragazzini veneziani: si passavano il pallone evocando i nomi dei caduti. Il lutto allora era il Lutto.
Scavava nelle persone e restava aggrappato per sempre ai fili della memoria. Ma ancora negli anni Settanta la morte di un Papa o una strage terrorista provocavano le stesse reazioni solenni. La tv di Stato dettava la linea, abolendo di colpo i programmi di svago per trasmettere musica classica, mentre le sale da ballo spegnevano le luci e il silenzio regnava assoluto nelle piazze e dentro gli stadi. Era tale la convinzione che il lutto dovesse avere quel genere di struttura tragica che il giorno in cui a Dallas venne assassinato Kennedy i giornali italiani si rifiutarono di pubblicare gli articoli dei loro inviati, che testimoniavano invece il disinteresse dell’America profonda per lo storico evento, surclassato dal campionato di baseball.
Poi il lutto ha incominciato a cambiare anche qui. È successo quando le immagini hanno preso il posto delle parole e le emozioni quello dei sentimenti. Le immagini e le emozioni sono potenti, ma brevi e superficiali. Come certi temporali estivi che sconquassano il suolo ed evaporano in fretta, senza penetrare in profondità e lasciando la terra più arida e assetata di prima. Nessun evento recente, a parte le Due Torri, è apparso abbastanza memorabile da coinvolgere intensamente una comunità intera. Nessun evento, nemmeno la morte di sei soldati a Kabul. La rappresentazione del dolore che è andata in scena ieri ci ha mostrato due Italie. Quella ufficiale, raccolta lungo il corteo delle bare, nella basilica di san Paolo e nelle tante chiese italiane, come la Gran Madre di Torino, che alla stessa ora si sono riempite di militari. E l’Italia dei telespettatori, la nostra Italia, che ha continuato a lavorare e vivere come sempre. Dove le uniche serrande abbassate erano quelle dei negozi chiusi per turno e molte scuole non avevano neppure la bandiera a mezz’asta. Tutti abbiamo dato un’occhiata ai telegiornali, alla ricerca di un pretesto per commuoverci, purché fosse un pretesto in grado di farci sentire meno bellicosi e più buoni. Lo abbiamo trovato in due bambini. Uno di due anni, l’innocenza assoluta, che indica la bara del papà quasi fosse un gioco. E l’altro di sette, l’infanzia resa adulta dal dolore, che corre sotto l’altare della chiesa per accarezzare il legno che racchiude le spoglie di suo padre. Ci siamo commossi, innaffiando il fazzoletto come il nostro premier in prima fila: stavolta ci ha rappresentati proprio tutti. Abbiamo pianto, ci siamo soffiati il naso. Poi abbiamo chiesto in cucina cosa c’era per secondo. È normale, funziona così ed è persino sciocco scandalizzarsi di questa incapacità cronica di stare dentro le situazioni per più di un attimo. La stessa incapacità che portava la conduttrice di un telegiornale a decantare con occhio umido gli eroi di Kabul e, girato il foglietto, ad assumere un'espressione da maliarda per svelarci l’ultimo gossip post mortem su Lady Diana e l'ex presidente Valéry Giscard d’Estaing.
Il simbolo plastico del cambiamento rimane l’uso dell’applauso. Fu inventato per sottolineare un'approvazione, mentre oggi si direbbe che la sua funzione principale consista nel coprire i baratri aperti dal silenzio, questa brutta bestia che ci induce a pensare, quindi fa paura e va rimossa come la morte. Le persone che fuori dalla basilica applaudivano le bare erano convinte in buona fede di esprimere solidarietà. In realtà stavano scacciando il dolore che passava dinanzi ai loro occhi, temendone il contagio. Ci avete fatto caso che i familiari delle vittime, gli unici a soffrire davvero, non applaudono mai?
Eppure sarebbe stucchevole rimpiangere il bel lutto che fu. Ogni epoca ha le sue rappresentazioni. La nostra ha espulso il sacro e con esso i riti comunitari che gli davano un’aura di credibilità. Si pattina leggeri sulla superficie, affastellando emozioni e mescolando ricordi: fra sei mesi non sapremo più se la tragedia di Kabul è accaduta prima o dopo quella di Nassiriya. D’altronde tutti si rammentano in modo vivido il Vietnam, pure chi non c’era, mentre delle due guerre irachene resta una macedonia di sensazioni in qualche angolo della testa. Proviamo di tutto, ma dimentichiamo anche tutto. Persino la nostra bandiera. Per onorare i caduti, il Pd del Lazio ha stampato un manifesto nero con striscia rossa, bianca e verde: i colori dell’Ungheria.
il lutto scorrevole - massimo gramellini
sabato 12 settembre 2009
guardando le distanze
e un anno se ne va
sto diventando grande
lo sai che non mi va."
poco importa se spunta qualche capello bianco oppure la mia faccia inizia ad avere qualche segno (no, non sono ancora rughe. è solo il tempo che lascia qualche impronta... ). gli anni passano e si cambia. si cambia in continuazione, nonostante tutto.
guardo le foto di quella che sembra una vita fa. i capelli lunghi ed indomiti e un futuro tutto da inventare e sperimentare. un mese intero a Vienna a studiare il tedesco, che tutt'ora non so parlare, ed a dormire nei parchi in pieno pomeriggio. sono passati tredici anni: i miei capelli sono molto (soprattutto dopo il taglio, netto, di oggi) più corti ed il futuro è ancora lì, da inventare e da provare, senza nessuna certezza apparente in tasca, e nemmeno in un cassetto.
non è questione di voler far un bilancio della propria esistenza. diciamo che provo a fare due somme e due sottrazioni, giusto per capire se gli investimenti hanno fruttato dei guadagni, oppure se sono in perdita.
non riesco, nonostante le somme e le sottrazioni, ad avere la percezione di quanto sono cambiata. guardando indietro mi rendo conto che alcune cose non sono più le stesse, ma non ho idea di quando sia capitato. ma è capitato, e me ne sono accorta dopo mesi, me ne sono accorta anche grazie a qualche buona amica che riesce, sempre, a darmi uno sguardo diverso su come sto al mondo.
sono cambiata, ma c'è una ferita dentro me che non riesco, nonostante tutto, a far passare. la chiamano la ferita dei non amati e sembra quasi un paradosso dirlo perchè mi rendo conto di aver sempre ricevuto tantissimo amore. ma una parte, fondamentale, di quell'amore lo vedo adesso, a trent'anni. lo vedo perchè razionalmente capisco certe cose. lo vedo, ma tutt'ora, non riesco a riconoscerlo. è proprio questo il difficile dell'amore, riconoscerlo.
e così sono incastrata, da una vita intera, in dinamiche che non so come scardinare. ed ogni volta che mi sento allontanata da qualcuno ricado nello stesso vortice. e non serve a niente metterci tutto il raziocinio ed il cinismo che ho. non serve a niente. ogni volta, ogni dannatissima volta, mi ritrovo davanti a quella stessa ferita. ed ogni volta faccio sempre gli stessi errori.
ed è complicato spiegare. spiegare che non sono capace ad affrontare i conflitti. che le distanze ed i silenzi aprono dentro me una ferita che non riesco a sopportare. che ogni volta mi sento in difetto. che la distanza ed il silenzio mi danno la sensazione, ogni volta di più, di non essere accettata, capita, oppure solo voluta. la sensazione che se sono me stessa e sono sincera non vado bene, che avrei dovuto essere diversa, avrei dovuto capire, per non perdere tutto.
come essere davanti ad una porta. e per quanto ti dicano che è solo socchiusa e basta un attimo di tempo perchè si riapra, io continuo a vederla chiusa. e quel vederla chiusa m'incastra e m'ingabbia.
eh si, sto diventando grande. e poco importa se spunta qualche capello bianco oppure la mia faccia inizia ad avere qualche segno. ora sono davanti ad una porta e, nonostante tutto, non so davvero che fare.
giovedì 10 settembre 2009
scoperte coperte di stelle.
ho aperto il mio vaso di pandora. l'ho aperto in una notte in cui cadevano le stelle ed ora tutto è allo scoperto. l'ho aperto a chi mi ha chiesto sincerità ed onestà. l'ho aperto dimenticando tutto, persino le strategie e la diplomazia. ho tirato fuori da pieghe assopite d'anima tutto quello che era nascosto. i desideri che silenziosamente tenevo stretti e le paure che facevo finta di non vedere. ho tirato fuori dal cappello tutto, svuotando un anima troppo colma di cose non dette. ho aperto il mio vaso di pandora ed ho elencato tutto, anche quello che mi ero dimenticata ci fosse.
ho aperto il mio vaso di pandora dimenticando che certe cose non bisogna tirarle fuori. che chi ti chiede sincerità, ti chiede sempre quella che è in grado di reggere in quel momento e non la tua. la tua sincerità complicata ed ingombrante. dimenticando che le apparenze ingannano, soprattutto quando parlano di schemi e di regole che non esistono. perchè un anima anarchica ha molte più regole e schemi delle altre.
ho aperto il mio vaso di pandora ritrovandomi, nell'istante successivo, in un gioco dove io posso solo decidere se rimanere oppure andarmene. dove le regole sono imposte, come i silenzi e le modalità. dove tutto ha dei limiti e dei confini.
e le stelle rimangono fisse in cielo, senza cadere. con le loro carte coperte ed i loro silenzi. con le mie scoperte di confini che non sapevo di avere, non conoscendo l'esatta estensione di quel vaso scoperchiato. rimangono fisse, ferme ed immobili in un cielo che credono essere fatto per loro, pieno di scorciatoie e facili vittorie.
ho aperto il mio vaso di pandora davanti ad una stella che non sa più cadere e non si accorge di stare perdendo, lentamente, tutto il suo fascino.
Boys Don't Cry Trailer
mi ostino a riguardarlo. ed ogni volta è un pugno allo stomaco. ogni volta un dolore dentro al petto forte e diretto. una storia vera, per quanto romanzata dal film. una storia crudele e spietata come sa esserlo solamente la realtà. sono passati 16 anni dalla morte di Brandon Teena e con l'ondata di omofobia e transfobia che stiamo vivendo in Italia mi chiedo quanto le cose siano cambiate. quanto coraggio dovremo avere per vivere la nostra normalissima diversità alla luce del sole, quanto sudore per ottenere dignità. perchè alla fine, sembra un paradosso dirlo, l'unica cosa necessaria ad ogni essere umano è vivere con dignità. e questa dignità è fatta da diritti e doveri, da riconoscimento e libertà.
qualche giorno fa a Roma un manifesto recitava "I Have A Dream... i froci al colosseo ma con i leoni!" e così mi sono ritrovata a parlare con varie amiche ed amici di paura. paura di questa violenza che si sente nell'aria, paura che la situzione degeneri, paura che questi ragazzi con la testa rasata si sentano legittimati a fare tutto. mi sono ritrovata a pensare alle mie paure.
ho le paure che hanno tutti. ho paura di innamorarmi e di rovinare tutto. ho paura di non riconoscere uno sguardo e perdermi dietro chimere inutili e prive di senso. di un futuro che vedo in salita e pieno di ostacoli. di non smettere mai di essere precaria, sia nel lavoro che nella vita. di veder andar via le persone che amo e non saperlo accettare. di non arrivare a fine mese e di dimenticare il ferro da stiro acceso. che i miei genitori non ci siano più perchè mi chiedo se sarò in grado di stare in piedi senza di loro. di non saper difendere un piccolo principe dalle brutture del mondo. di perdere il treno, oppure l'aereo, perchè parto sempre in ritardo.
non ho paura di essere quello che sono, sorridendo e andando avanti con la mia miglior andatura strafottente. non sono ancora stanca di lottare e non ho paura. non ho paura di chi manifesta coprendosi il viso, perchè non vedo nessuna forza nel nascondersi. non ho paura di chi si mette nel branco ed imbraccia un bastone, perchè credo che sia solo un gesto vigliacco ed ignorante. non ho paura di andare a testa alta e neppure di mettere nome, cognome e faccia, in ogni cosa che faccio. non ho paura della fatica, perchè nemmeno arrivare fino a qua è stata una passeggiata.
e no, non ho nessuna paura dei leoni. perchè se guardo la strada che ho fatto per arrivare fin qua, quello che vedo è che i leoni ho imparato ad ammaestrarli.
mercoledì 9 settembre 2009
alla faccia, ed agli occhi.
mi descrivono, solitamente, come una persona che poco si adatta ai cambiamenti e poco incline a cambiare. come una persona rigida ed inflessibile, soprattutto con me stessa. se mi guardo allo specchio, però, di cambiamenti ne vedo tanti ed altrettanti li vedo in corso d'opera. si cambia, si modificano i punti di vista, si ampliano gli orizzonti e le prospettive. si cresce, per dirla tutta. si capisce pian piano quello che si vuole, oppure quello che non si vuole. si prende confidenza con se stessi e consapevolezza di quello che si è, e di quale direzione si prende.
nessuno rimane mai uguale a se stesso per sempre. fosse anche solo per le rughe d'espressione e d'esperienza che ci portiamo in viso. quello che ci capita e le persone che passano dalla nostra vita ci cambiano. a volte anche radicalmente.
e così faccio mie la parole di quest'articolo: "Io sono cambiato anche soffrendo. Cerco di imparare. Cerco di imparare anche l’amore. Non ambisco all’attrito di per sé, non sono mica scemo. Ma non lo sfuggo di principio, non ho paura, non lo considero un indizio della fine. L’amore non è un assioma sganciato dalla realtà, un oggetto teorico e indimostrabile. Se pensi di essere fatta e finita e cristallizzata, io non ti servo e io non ti voglio."
si. alla faccia dell'andatura strafottente, delle strade crudeli e dei corridoi di ridicolo [cit. brenda brooks - considerate le circostanze], alla faccia del buon senso e della diplomazia. alla faccia di tutto, ma soprattutto della fedeltà che ognuno deve, in primo luogo, a se stesso. tiro fuori il mio sguardo più strafottente e vado avanti con questo pensiero in testa: "se pensi di essere fatta e finita e cristallizzata, io non ti servo e io non ti voglio."
martedì 8 settembre 2009
Allegriaaaaaaa...
non mi piace e non mi è mai piaciuta la caccia alle belle parole appena il personaggio di turno passa a miglior vita. che, chissà come mai, ma da morti so' tutti bravi. non discuto minimamente quello che ha fatto e quello che è stato con il suo modo di essere e fare televisione. ma non credo che sia per i meriti artistici che la gente rimane dispiaciuta. credo che la questione sia un altra.
ho 31 anni. sono cresciuta con la televisione fino a quando non ho deciso di spegnerla e relegarla a compagna di sporadiche sere in cui sono persin troppo pigra per affittarmi un film e vederlo. ed ora leggo che Mike è morto. e non mi dispiace perchè sono sentimentale (anche se dannazione, lo sono!). mi dispiace perchè è stato, alla fine, come un "nonno". quando ero piccola lui era già in tv e l'ho visto invecchiare. e così ora mi stranisce un po' pensare che non farà l'ennesima pubblicità con Fiorello oppure che non verrà invitato per la settecentesima volta a prendere il telemiao alla carriera. mi stranisce come mi straniscono le morti delle persone che conosco da sempre, anche se non hanno mai fatto parte della mia vita, se non marginalmente. il vecchio sindaco del paese con cui chiacchieravo sempre quando andavo a trovare i nonni, oppure la negoziante del paese da cui non volevo mai andare perchè mi chiamava "stella" e spiegava, ogni volta, a tutti gli altri acquirenti chi ero e cosa facevo. oppure l'edicolante da cui andavo ogni settimana a comprare il "topolino".
mi straniscono queste perdite. forse perchè mi danno la netta sensazione del tempo che passa portandosi via le cose. come se si portasse via un pezzo di me che d'ora in avanti potrò ritrovare solo nei ricordi. un po' come quando è morto mio nonno ed ho sentito come se un pezzo della mia infanzia se ne andasse e non era solo perchè affrontavo un lutto doloroso ed ingombrante. perchè con lui se ne andavano le mie estati a piedi nudi e le gite la domenica. le giornate a giocare a nascondino e le corse per i campi dopo aver "preso in prestito" la frutta dagli alberi del vecchio lattoniere del paese. llo stare a zonzo con gli amici a combinare guai e le domeniche a "servir messa" per avere la mancia. le cene alla domenica sera in cui c'era sempre qualcuno che arrivava tardi e un posto sempre pronto per essere aggiunto. la vendemmia e l'uva da schiacchiare, la nebbiolina di settembre e le castagne ad ottobre per scaldare le mani. le vacanze di natale ed il carbone alla befana. le scarpe slacciate ed le bucce d'arancia sulla stufa. la brace nel letto per togliere un po' di gelo e le coperte spesse e pesanti sotto cui non ci si riusciva a muovere. le lenzuola di lino con le iniziali di papà ed il cane che saltava sul letto per svegliarti. il latte appena munto e la legna da sistemare.
la netta sensazione del tempo che passa. e le cose che se ne vanno. e tutti i cambiamenti che si vedono nitidamente come sotto una lente d'ingrandimento. ed un po' di malinconia rimane sempre. perchè molte cose, a viverle adesso, hanno un altro sapore e poco importa se migliore oppure peggiore. e quel sapore che sembra andarsene ti rimane addosso come una seconda pelle e sa di buono e sa di casa. ed ogni volta che chiudi gli occhi e e ci pensi... riesci solo a sorridere.
lunedì 7 settembre 2009
la tigre
e che sia una tigre, un gattino a pancia all'aria oppure un nome con tanto di profumo e consistenza della pelle, ognuno di noi ha il suo fantasma. alcuni lo dimenticano fino a quando non si ripresenta davanti agli occhi, altri fanno finta di non vederlo nascondendosi dietro scuse poco plausibili, altri ancora lo affrontano quotidianamente, sperando di riuscire a salvarsi.
ho camminato nel fresco di un estate che sbiadisce come carta lasciata al sole. ho camminato per arrivare là, dove è possibile guardare tutta la città che si accende mentre il buio la inghiotte. mi sono seduta davanti alle montagne silenziose ed ho aspettato che passasse il tempo. e nel buio ho sentito arrivare la tigre. sapevo che sarebbe arrivata, sapevo mi avrebbe trovato. mi trova sempre, da tanti anni ormai. non serve a niente provare a nascondermi oppure a fuggire. lei, ad un certo punto, arriva. ed ogni volta ha una forma diversa. ogni volta cambia, come cambia la mia vita. ed ogni volta che l'ho vista cambiare ho pensato di aver sconfitto un fantasma e di dover affrontarne uno nuovo.
nel tramonto di quest'estate che finisce per la prima volta ho trovato il coraggio ed il sangue freddo di puntare i miei occhi nei suoi ed ho capito che pur cambiando forma è sempre la stessa tigre. sempre la stessa paura da affrontare, sempre lo stesso fantasma.
ed ora cammino, spalle larghe, mani in tasca e la mia solita andatura, con una tigre al guinzaglio. è la mia tigre, ha i miei stessi occhi.
mercoledì 2 settembre 2009
Per quanto sta in te
E se non puoi la vita che desideri
cerca almeno questo
per quanto sta in te: non sciuparla
nel troppo commercio con la gente
con troppe parole in un viavai frenetico.
Non sciuparla portandola in giro
in balìa del quotidiano
gioco balordo degli incontri
e degli inviti,
fino a farne una stucchevole estranea.
Costantino Kavafis

