Don’t ever tell anybody anything. If you do, you start missing everybody.
Jerome David Salinger - The Catcher in the Rye
giovedì 28 gennaio 2010
j.d. salinger
martedì 19 gennaio 2010
la voce a te dovuta
Non ho bisogno di tempo
per sapere come sei:
conoscersi è luce improvvisa.
Chi ti potrà conoscere là dove taci,
o nelle parole con cui tu taci?
Chi ti cerchi nella vita che stai vivendo,
non sa di te che allusioni,
pretesti in cui ti nascondi.
E seguirti all’indietro in ciò che hai fatto, prima,
sommare azione a sorriso,
anni a nomi, sarà come perderti. Io no.
Ti ho conosciuto nella tempesta.
Ti ho conosciuto, improvvisa,
in quello squarcio brutale di tenebra e luce,
dove si rivela il fondo
che sfugge al giorno e alla notte.
Ti ho visto, mi hai visto, ed ora,
nuda ormai dell’equivoco,
della storia, del passato, tu, amazzone sulla folgore,
palpitante di recente ed inatteso arrivo,
sei così anticamente mia,
da tanto tempo ti conosco,
che nel tuo amore chiudo gli occhi,
e procedo senza errare,
alla cieca, senza chiedere nulla
a quella luce lenta e sicura
con cui si riconoscono lettere
e forme e si fanno conti
e si crede di vedere chi tu sia, o mia invisibile.
Pedro Salinas - La voce a te dovuta
mercoledì 30 dicembre 2009
rosa-spina.
- consigliare a qualcuno di fidarsi a prescindere è l'idiozia più grande che si possa concepire. se la vita ti ha già lavorato ai fianchi sai esattamente cosa intendi quando dici che hai paura. per cui adesso quando sali sul ring ti metti quel tuo cazzo di paradenti. non hai l'aria da eroe se non lo fai. è da idioti averle prese e non aver imparato niente.
- te la metto giù semplice, pellegrino. dovessi incontrarmi lungo la tua strada, non farti ingannare da questa faccina di pan di zenzero. non chiedere fiducia sull'unghia e soprattutto non offrirla: non mi fido di chi si è guardato in faccia così poche volte da pensare che non mi farà mai del male. è tutta la vita che lavoro sugli strati: puoi avermi in due milioni di modi. non ti basta? sei uno di quegli idioti che cercano la rosa? e allora lascia che ti dica due o tre cose, prima di continuare.
- ne ho incontrata, di gente come te. fanno tutti una gran cagnara per avvicinarsi alla rosa: si celebrano, si pompano, raccontano di essere i migliori. loro, beati, non hanno un muro che sia uno. non sono senza colpa; hanno semplicemente evitato di darsela.
- se è la rosa che cerchi la troverai solo al di là dei suoi muri. in teoria non dovrei insegnarti cosa fare: imparare a guardarli con rispetto, a sfiorarli anziché distruggerli, dovrebbe aver fatto parte del tuo apprendistato.
- se invece non hai idea di cosa stia dicendo, caro pellegrino, fatti un altro giro di ruota. non è tanto che non sei degno della rosa; è che non hai ancora smesso di guardarti l'ombelico.
[splendido, non va tolta nemmeno una parola.]
giovedì 17 dicembre 2009
If my being around meant anything.
I’ll never find out now
What A. thought of me.
If B. ever forgave me in the end.
Why C. pretended everything was fine.
What part D. played in E.’s silence.
What F. had been expecting, if anything.
Why G. forgot when she knew perfectly well.
What H. had to hide.
What I. wanted to add.
If my being around
meant anything
to J. and K. and the rest of the alphabet.
ABC Wislawa Szymborska
sabato 12 dicembre 2009
Lily Allen - Fuck you
do you really enjoy living a life that’s so hateful
cause there’s a hole where your soul should be
you’re losing control of it
and it’s really distasteful.
venerdì 27 novembre 2009
lunedì 23 novembre 2009
Non sono triste.
Sì che lo sei.
Non è quello mi ha detto. Mi ha detto che secondo lui la gente vive per anni e anni, ma in realtà è solo in una piccola parte di quegli anni che vive davvero, e cioè negli anni in cui riesce a fare ciò per cui è nata. Allora, lì, è felice. Il resto del tempo è tempo che passa ad aspettare o a ricordare. Quando aspetti o ricordi, mi ha detto, non sei né triste né felice. Sembri triste, ma è solo che stai aspettando, o ricordando. Non è triste la gente che aspetta, e nemmeno quella che ricorda. Semplicemente è lontana.
Io sto aspettando, mi ha detto.
Cosa?
Sto aspettando di fare ciò per cui sono nato.
Alessandro Baricco, Questa storia
sabato 21 novembre 2009
potere e dovere.
ho detto possiamo?
volevo dire dobbiamo.
places that pull: nuova zelanda (in 4 mesi) - settimana 13: in cui due g. si raccontano
venerdì 20 novembre 2009
l'intelligenza del cuore.
inseguendo notti insonni e giornate troppo lunghe ho cullato il mio tempo ed il mio silenzio ed ho misurato la mia vita con cucchiaini di caffè. e, tra un accendino ed un sacchetto, ho scoperto che sono arrivata al confine più lontano dal mio cuore. sono arrivata a vedere lontano ed immensamente vicino. fino a farmi male, fino a vedere quella realtà che spesso, inconsapevolemente, mi nascondo. per paura, oppure solo per noia. confondendo la percezione che ho di me stessa con la percezione che mi rimandano gli altri. ed ho mischiato quello che sono con quello che vorrebbero, gli altri, ch'io fossi.
l'attenzione degli altri che misura la nostra esistenza. e non so pretendere. e quando provo a farlo divento egoista. e non so difendermi. ho muri enormi attorno, imprese edili al mio servizio sempre. poi sono muri di cartapesta e con un soffio vengono giù. e mi ostino, ostinatamente e testardamente, a fidarmi. mi fido senza contropartita perché penso che ognuno faccia, sempre, il meglio che può. in base alla consapevolezza ed alla paura che ha, in quel momento dentro. e ci sono paure che limitano, paralizzano e ingabbiano. e paure che spingono un passo più in là, dove qualcuno ci sta aspettando.
ho imparato, passo dopo passo, a volermi bene. e nel volermi bene ad amare, senza ritegno, ogni mio piccolo difetto ed ogni mia rigidità. ho imparato ad amare il mio modo, devastante, di crollare per poi ricostruirmi più forte e più indifesa, ogni volta di più. ho imparato che mi merito quello che di bello ci può essere, ed ho imparato a riconoscere le cose per cui vale la pena perdersi. ed anche quelle per cui vale la pena ritrovarsi.
e poi, forse, non ho capito nulla. ma di quel nulla faccio tesoro e lo porto dentro. e lo difendo. perchè quel nulla sono i miei pensieri insignificanti e le piccole cose. sono un sorriso ed il cuore che batte, per una volta, sereno. e per quel posto, per quel cuore calmo, si può anche cercare una vita intera. e forse anche due.
l'intelligenza del cuore quando tutto fa male fino a far scendere le lacrime senza controllo. quando non trovo il modo di imparare a scendere quella diavolo di scaletta, per toccare, finalmente terra e lasciare questa nave. per non saltare in aria, seduta, sulla dinamite.
l'intelligenza del cuore per smetterla di prostituire il mio cuore. per smetterla di fidarmi dei soliti amanti volgari e permettere, e permettermi, qualcuno che si prenda la briga di stancarmi. ed iniziare a fidarmi di me.
ed inseguo le notti ed i mattini. e le giornate stanche e le serate immerse nel silenzio più sincero che esista. ed in quel silenzio ci sento tutto il rumore che posso. accogliendo il vuoto ed aspettando, nuovamente, di riempirlo.
ed ho imparato a scommettere e, forse, a prendermi meno sul serio. lasciando alle spalle la paura di perdere. per non perdermi, tra le pieghe di questo silenzio.
e rimango davanti a questa porta chiusa nonostante il male che fa il vuoto che poteva riempire. rimango perchè ho imparato a fidarmi della mia pelle. rimango, senza contropartita, fino al momento esatto in cui sentirò di dover rimanere, non un attimo in più, e non uno in meno. perchè sono arrivata al punto più nascosto del mio cuore. e so di aver fatto il mio meglio, con la mia coerenza e la mia sincerità. rimango. senza una ragione che si possa spiegare e senza un motivo per convincere nessuno. che non devo convincere nessuno della mia intelligenza del cuore, dovesse anche essere l'abbaglio più grande, l'errore più doloroso. dovesse anche, io rimango. al mio posto. al posto che ho scelto, senza nemmeno accorgermi di aver scelto. con l'istinto, l'irragionevolezza ed il cuore. perché per quel posto vale la pena anche di perdere. e di perdersi.
e se volessi, io, per una volta, rischiare?
mercoledì 18 novembre 2009
not a problem, but a reality

l'originale trovato qua.
Stanchezza
Quello che c’è in me è soprattutto stanchezza
non di questo o di quello
e neppure di tutto o di niente:
stanchezza semplicemente, in sé,
stanchezza.
La sottigliezza delle sensazioni inutili,
le violente passioni per nulla,
gli amori intensi per ciò che si suppone in qualcuno,
tutte queste cose -
queste e ciò che manca in esse eternamente -
tutto ciò produce stanchezza,
questa stanchezza,
stanchezza.
C’è senza dubbio chi ama l’infinito,
c’è senza dubbio chi desidera l’impossibile,
c’è senza dubbio chi non vuole niente -
tre tipi di idealisti, e io nessuno di questi:
perché io amo infinitamente il finito,
perché io desidero impossibilmente il possibile,
perché voglio tutto, o ancora di più, se può essere,
o anche se non può essere…
E il risultato?
Per loro la vita vissuta o sognata,
per loro il sogno sognato o vissuto,
per loro la media fra tutto e niente, cioè la vita…
Per me solo una grande, una profonda,
e, ah, con quale felicità, infeconda stanchezza,
una supremissima stanchezza,
issima, issima, issima,
stanchezza…
da Poesie di Alvaro de Campos (F. Pessoa) (trovata qui)
sabato 7 novembre 2009
a una donna. a nessuna. e centomila [cit.]
cosa piace a noi delle donne? il loro camminare,
che fa girare la testa al passaggio,
il fulmine di chi si sente tradita e gelosa di noi.
ci piace guardare e sognare due occhi in direzione contraria,
lo sguardo che sa del tempo da voler perdere insieme.
belle le spalle che immagini subito, i fianchi da cucire ai nostri.
ed il fiato. il fiato.
quello che ascolti e subito dopo lo vuoi respirare.
ci piace il vento che muove loro i capelli ed immaginare le mani,
le nostre, più giù.
amiamo l’arte che è dentro le donne.
crediamo alle donne che vivono d’arte.
e la pioggia dei loro occhi,
vivissimi e tristi,
da asciugare al caldo di un sole cialtrone.
ogni donna è pozzo e la sua acqua, vita.
e se l’acquavite la bevono ci piacciono ancora di più.
ci piacciono quelle che restano, quelle che vanno,
che avremmo voluto e loro invece no.
quelle tornano, qualche volta, e dicono adesso.
e quando un loro ricordo viene a trovarci ricamando nell’aria,
e la loro testa che ci fa perdere la nostra.
e le gambe da dove risalire, tra le quali tremare.
annusare la pelle quando sa di temporale.
specchiarci nei denti quando si allarga il sorriso.
sposiamo le idee delle donne. amiamo l’idea che abbiamo di loro.
e ci piace il loro piacere, che si scioglie nel nostro,
ogni giorno che loro vorranno.
e ci piacciono, soprattutto, gli errori che fanno.
quando li fanno
con noi.
domenica 1 novembre 2009
piccola gioia
non esistono misteri nei sogni
dopo giorni e giorni i sogni tornan veri
sono specchi trasparenti i tuoi silenzi
questa notte piove e respiro
e se dio non vuole lo stesso sopravvivo a questa rabbia,
a questo cielo che brilla nero
e allora stai con me
piccola gioia
per stare dietro a te
mi perderei
e mi hai trovato tu senza volere
e ancora siamo qui
senza sapere
solo i sogni, i sogni sono veri
solo i sogni abbiamo
e se i sogni sono veri allora ti vedrò
dove dio non piove respiro
dove dio non piove lo stesso sopravvivo
in questo inferno
in questa gabbia
a cuor leggero
e allora mi vedrai
questa notte piove e respiro
e se dio non vuole io sopravvivo a questa rabbia,
a questo cielo che brilla nero
e allora tornerai.
(Gianna Nannini - Ologramma)
giovedì 22 ottobre 2009
sabato 17 ottobre 2009
Ivano Fossati - Il bacio sulla bocca
Stancami
e parlami
abbracciami
fruga dentro le mie tasche
poi perdonami
sorridi
guarda questo tempo
che arriva con te
guarda quanto tempo
arriva con te.
martedì 22 settembre 2009
il lutto scorrevole
Gli anziani ricordano che durante i funerali del Grande Torino l'Italia intera si arrese al dolore. Saracinesche abbassate e lutto al braccio, da Bolzano a Palermo. Un senso di sgomento collettivo, immortalato in pagine stupende da Indro Montanelli, che raccontò una partita di calcio giocata in piazza San Marco dai ragazzini veneziani: si passavano il pallone evocando i nomi dei caduti. Il lutto allora era il Lutto.
Scavava nelle persone e restava aggrappato per sempre ai fili della memoria. Ma ancora negli anni Settanta la morte di un Papa o una strage terrorista provocavano le stesse reazioni solenni. La tv di Stato dettava la linea, abolendo di colpo i programmi di svago per trasmettere musica classica, mentre le sale da ballo spegnevano le luci e il silenzio regnava assoluto nelle piazze e dentro gli stadi. Era tale la convinzione che il lutto dovesse avere quel genere di struttura tragica che il giorno in cui a Dallas venne assassinato Kennedy i giornali italiani si rifiutarono di pubblicare gli articoli dei loro inviati, che testimoniavano invece il disinteresse dell’America profonda per lo storico evento, surclassato dal campionato di baseball.
Poi il lutto ha incominciato a cambiare anche qui. È successo quando le immagini hanno preso il posto delle parole e le emozioni quello dei sentimenti. Le immagini e le emozioni sono potenti, ma brevi e superficiali. Come certi temporali estivi che sconquassano il suolo ed evaporano in fretta, senza penetrare in profondità e lasciando la terra più arida e assetata di prima. Nessun evento recente, a parte le Due Torri, è apparso abbastanza memorabile da coinvolgere intensamente una comunità intera. Nessun evento, nemmeno la morte di sei soldati a Kabul. La rappresentazione del dolore che è andata in scena ieri ci ha mostrato due Italie. Quella ufficiale, raccolta lungo il corteo delle bare, nella basilica di san Paolo e nelle tante chiese italiane, come la Gran Madre di Torino, che alla stessa ora si sono riempite di militari. E l’Italia dei telespettatori, la nostra Italia, che ha continuato a lavorare e vivere come sempre. Dove le uniche serrande abbassate erano quelle dei negozi chiusi per turno e molte scuole non avevano neppure la bandiera a mezz’asta. Tutti abbiamo dato un’occhiata ai telegiornali, alla ricerca di un pretesto per commuoverci, purché fosse un pretesto in grado di farci sentire meno bellicosi e più buoni. Lo abbiamo trovato in due bambini. Uno di due anni, l’innocenza assoluta, che indica la bara del papà quasi fosse un gioco. E l’altro di sette, l’infanzia resa adulta dal dolore, che corre sotto l’altare della chiesa per accarezzare il legno che racchiude le spoglie di suo padre. Ci siamo commossi, innaffiando il fazzoletto come il nostro premier in prima fila: stavolta ci ha rappresentati proprio tutti. Abbiamo pianto, ci siamo soffiati il naso. Poi abbiamo chiesto in cucina cosa c’era per secondo. È normale, funziona così ed è persino sciocco scandalizzarsi di questa incapacità cronica di stare dentro le situazioni per più di un attimo. La stessa incapacità che portava la conduttrice di un telegiornale a decantare con occhio umido gli eroi di Kabul e, girato il foglietto, ad assumere un'espressione da maliarda per svelarci l’ultimo gossip post mortem su Lady Diana e l'ex presidente Valéry Giscard d’Estaing.
Il simbolo plastico del cambiamento rimane l’uso dell’applauso. Fu inventato per sottolineare un'approvazione, mentre oggi si direbbe che la sua funzione principale consista nel coprire i baratri aperti dal silenzio, questa brutta bestia che ci induce a pensare, quindi fa paura e va rimossa come la morte. Le persone che fuori dalla basilica applaudivano le bare erano convinte in buona fede di esprimere solidarietà. In realtà stavano scacciando il dolore che passava dinanzi ai loro occhi, temendone il contagio. Ci avete fatto caso che i familiari delle vittime, gli unici a soffrire davvero, non applaudono mai?
Eppure sarebbe stucchevole rimpiangere il bel lutto che fu. Ogni epoca ha le sue rappresentazioni. La nostra ha espulso il sacro e con esso i riti comunitari che gli davano un’aura di credibilità. Si pattina leggeri sulla superficie, affastellando emozioni e mescolando ricordi: fra sei mesi non sapremo più se la tragedia di Kabul è accaduta prima o dopo quella di Nassiriya. D’altronde tutti si rammentano in modo vivido il Vietnam, pure chi non c’era, mentre delle due guerre irachene resta una macedonia di sensazioni in qualche angolo della testa. Proviamo di tutto, ma dimentichiamo anche tutto. Persino la nostra bandiera. Per onorare i caduti, il Pd del Lazio ha stampato un manifesto nero con striscia rossa, bianca e verde: i colori dell’Ungheria.
il lutto scorrevole - massimo gramellini
venerdì 4 settembre 2009
l'infinita dolcezza
negli occhi
nelle tue lacrime
l'infinita dolcezza che mostri guardandomi
questa parte di mondo che cosa ti offre
quale buona occasione, quale consolazione
tra le storie d'amore e le loro bugie
c'è qualcosa che rimane non detto
come un velo tra i tuoi occhi ed il mondo
questa parte di mondo
quale parte del mondo migliore sarà
quale buona occasione quale opportunità
tra i poeti distanti e le filosofie
c'è qualcosa che non ti hanno mai detto
alza il velo tra i tuoi occhi ed il mondo
questa parte di mondo
(paola turci - questa parte di mondo)
mercoledì 2 settembre 2009
Per quanto sta in te
E se non puoi la vita che desideri
cerca almeno questo
per quanto sta in te: non sciuparla
nel troppo commercio con la gente
con troppe parole in un viavai frenetico.
Non sciuparla portandola in giro
in balìa del quotidiano
gioco balordo degli incontri
e degli inviti,
fino a farne una stucchevole estranea.
Costantino Kavafis


