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lunedì 22 giugno 2009

merce rara, al giorno d'oggi.

coerente [co-e-rèn-te]
Dal lat. cohaere°nte(m), part. pres. di cohaerìre 'essere unito, connesso'
agg.
1 composto di parti ben unite tra loro: roccia coerente
2 che non presenta contraddizioni: comportamento, discorso coerente | che agisce conformemente al proprio pensiero: persona coerente; essere coerente con se stesso

mercoledì 10 dicembre 2008

10 dicembre 1948

l'Assemblea Generale delle Nazioni Unite approvò e proclamò la DICHIARAZIONE UNIVERSALE DEI DIRITTI UMANI.

Articolo 1
Tutti gli esseri umani nascono liberi ed eguali in dignità e diritti. Essi sono dotati di ragione e di coscienza e devono agire gli uni verso gli altri in spirito di fratellanza.

Articolo 19
Ogni individuo ha diritto alla libertà di opinione e di espressione incluso il diritto di non essere molestato per la propria opinione e quello di cercare, ricevere e diffondere informazioni e idee attraverso ogni mezzo e senza riguardo a frontiere.

visti i tempi che corrono credo sia meglio specificare cosa si intende per ragione e coscienza.

ragione [ra-gió-ne]
Lat. ratio¯ne(m), propr. 'conto', deriv. di ra°tus, part. pass. agg. di rìri 'contare, calcolare', poi 'credere, stimare'

1 la capacità del pensiero di stabilire rapporti e connessioni logiche tra le idee, che è a fondamento del conoscere e dell'agire (spesso in contrapposizione a sentimento, istinto)
2 (filos.) tradizionalmente, la facoltà conoscitiva di tipo discorsivo e dimostrativo, di solito contrapposta alla sensibilità e all'intuizione

coscienza[co-scièn-za]
lat. conscienti°a(m), deriv. di consci¯re 'essere consapevole'
1 (filos. , psicol.) consapevolezza di sé e del mondo esterno; è la funzione psichica in cui si riassume ogni esperienza conoscitiva del soggetto | in senso più generico, l'insieme delle facoltà e delle attività psicofisiche; sensi, conoscenza: perdere coscienza, svenire; riprendere, riacquistare coscienza, rinvenire, ritornare in sé
2 (estens.) conoscenza, consapevolezza: prendere coscienza delle difficoltà; avere l'esatta coscienza dei propri limiti; averne una vaga coscienza, un'impressione, una sensazione confusa
3 sentimento che ciascun individuo (in quanto capace di ripiegarsi su sé stesso e farsi consapevole di sé nei propri rapporti con gli altri) ha dei valori morali; consapevolezza del bene e del male: coscienza limpida, retta; scrupolo, rimorso di coscienza; esame, obiezione di coscienza ' agire secondo coscienza, fare come la coscienza detta, ascoltare la voce della coscienza, seguire un preciso dettato etico | avere, sentirsi la coscienza a posto, pulita, tranquilla, non avere nulla da rimproverarsi; avere la coscienza sporca, una cattiva coscienza, un peso sulla coscienza, sentire la responsabilità di una qualche colpa; togliersi un peso dalla coscienza, liberarsi da un rimorso | mettersi la coscienza a posto, in pace, eliminare il senso di colpa, riparando a un errore o a un'omissione | essere senza coscienza, privo di scrupoli | agire contro coscienza, contro le proprie convinzioni morali | venire a patti con la (propria) coscienza, scendere a compromessi con i propri principi morali | un caso di coscienza, da giudicarsi in base al proprio senso morale | mettersi una mano sulla coscienza, giudicare o agire valutando responsabilmente le conseguenze del proprio operare | libertà di coscienza, di professare le proprie idee o credenze religiose
4 senso di responsabilità, serietà e impegno nel compiere il proprio dovere o nell'eseguire un lavoro: un uomo di coscienza; lavorare, studiare con coscienza; coscienza professionale; in tutta coscienza, sinceramente, onestamente | sensibilità di fronte a un determinato problema: coscienza civile, politica
5 ogni individuo come entità morale: un'epoca di travaglio per le coscienze più sensibili.

martedì 2 settembre 2008

usare [u-Sà-re]
Lat. tardo usa¯re, deriv. di u¯sus, part. pass. del class. u¯ti 'usare'
v. tr.
1 servirsi di qualcosa; fare ricorso a qualcosa; impiegare, adoperare;
2 essere solito, avere la consuetudine di (seguito da un infinito).

andando a vedere sul dizionario il verso "usare" si riferisce prevalentemente a degli oggetti inanimati (quindi, secondo il nostro concetto senza anima). e poi cosa capita quando, facendo la tua strada, trovi qualcuno che non ha nessuno scrupolo ad "usare" le persone? cosa fai? come ti difendi?
lasciando perdere tutte le considerazioni che si possono fare a livello psicologico sul perchè noi ci lasciamo "usare" dagli altri, in quali meccanismi ed in quali dinamiche riusciamo a cadere ogni volta e via discorrendo e lasciando perdere i casi limite in cui si sfocia nella violenza.
beh, lasciando perdere tutto, comprese le mie colpe (che so perfettamente di avere), una delle cose che ho capito in questa strana estate è quanto sia veramente brutto sentirsi usati.
ed a poco vale l'equilibrio che abbiamo dentro. a poco vale voltare pagina ed andare avanti. qualcosa dentro si rompe.
eh no, non voglio mica farla tragica. si sopravvive a tutto (almeno così dicono). ma certe cose colpiscono proprio dentro. perchè si accetta di buon grado che una "storia" possa anche non funzionare. si accetta di non essere "la persona giusta".
ma come stradiavolo si fa ad accettare di sentirsi dire che sei stata usata? e non importa se dall'altra parte aveva detto sino dall'inizio che non era sicura, che non stavamo assieme. certo apprezzo la chiarezza. ma la chiarezza non può cancellare il rispetto.
perchè senza rispetto, davvero, non ci può essere niente altro.

domenica 13 luglio 2008

precario [pre-cà-rio]
Dal lat. precari°um 'ottenuto con preghiere', deriv. di pre°x pre°cis 'preghiera'
agg. non stabile, di incerta durata, provvisorio: impiego precario | instabile, malsicuro: una situazione economica precaria; salute precaria, cagionevole
¶ agg. e s. m. [f. -a] si dice di chi ha un lavoro con contratto provvisorio
§ precariamente avv. in modo precario; senza sicurezza.

e non sto mica parlando del mio stato emotivo o cose del genere. parlo di lavoro. precaria da cinque anni tondi tondi. ogni anno, a fine anno, ad attendere la nuova finanziaria per sapere quale sarà il mio futuro. passano i giorni e cresce la tensione. poi arriva il miracolo, un altro anno di contratto. ancora un altro anno.

eppoi, ad un certo punto, è arrivata, finalmente, la speranza di una stabilizzazione.

stabilizzazione [sta-bi-liZ-Za-zió-ne]
s. f. lo stabilizzare, lo stabilizzarsi, l'essere stabilizzato.

allo stato attuale:

- pubblicazione bando di concorso novembre 2007.
- scadenza presentazioni domande 31.12.2007.
- domanda presentata.
- attesa. attesa. attesa.
- pubblicazione elenchi personale suddivisi tra "stabilizzabile"- "non stabilizzabile per mancanza di requisiti" - "assunti" - il giorno 26.05.2008
- assunzione n. XX (evitiamo di dire quanti sono visto che i precari sono quasi 2000) dipendenti che (beati loro) da precari diventano dipendenti di ruolo.
- i sindacati vogliono denunciare l'ente. (strano, quando è stato pubblicato il bando i sindacati hanno tutti gridato al "tutti assunti" SAPENDO PERFETTAMENTE che, da come era scritto il bando, solamente quei pochi eletti avrebbero potuto essere assunti). comunque facciano quello che vogliono. io non so se me la sento di denunciare un ente nello stesso momento in cui sto attendendo che l'ente (nella sua magnificente magnanimità) mi assuma!
- 08.07.2008 l'ente pubblica un nuovo bando. per semplificare le cose chi era già stabilizzabile come da elenco precedentemente pubblicato deve mandare solo una letterina in cui dice che "è tutt'ora in servizio", quelli che invece non avevano i requisiti devono rimandare la domanda di partecipazione al concorso che magari, a questo giro di giostra, sono più fortunati.

altro giro ed altra corsa.

no, così, giusto per fare una previsione... se continuiamo così riuscirò ad avere un lavoro "stabile" ed a tempo "indeterminato" il giorno prima di andare in pensione.

vabbè, facciamo una cosa per volta. per ora direi che è più imminente compiere trent'anni. poi penseremo al resto.

mercoledì 30 aprile 2008

amicizia [a-mi-cì-zia]
Dal lat. amiciti°a(m), deriv. di ami¯cus 'amico'
s. f.
1. legame tra persone basato su affinità di sentimenti, schiettezza, disinteresse e reciproca stima.

amicizia [a-mi-cì-zia]
Dal lat. amiciti°a(m), deriv. di ami¯cus 'amico'

amico [a-mì-co]
Dal lat. ami¯cu(m), deriv. di ama¯re

amare [a-mà-re]
Lat. ama¯re
v. tr.
1. nutrire profondo affetto, voler bene

amicizia etimologicamente deriva dal verbo amare.
ecco, pensando a questo, forse si capisce perchè le ferite che arrivano da un "amico" sono più profonde e più dolorose delle altre.

e ci vuole davvero tanto tempo perchè guariscano.

giovedì 8 febbraio 2007

limite [lì-mi-te]
Dal lat. limi°te(m)
s. m.
1 linea terminale o divisoria; confine: limite di un possedimento; limite tra due regioni; i limiti di un campo di gioco | punizione dal limite (dell'area), nel gioco del calcio, punizione tirata in prossimità della linea dell'area di rigore | limite di cambio, nelle corse a staffetta, la linea che segna il punto in cui si dà il cambio al compagno di gara 'limite delle nevi persistenti, linea immaginaria che separa la zona delle nevi perenni da quella delle nevi temporanee
2 oggetto posto a indicare un confine (p. e. un cippo, un paletto, una siepe ecc.): piantare i limiti; limite chilometrico, pietra miliare | limite di guardia, segnale su un'asta graduata, collocata lungo l'argine di un fiume, che indica il livello massimo a cui possono salire le sue acque senza che vi sia pericolo di inondazione (anche in usi fig.): la tensione internazionale ha raggiunto il limite di guardia
3 (fig.) punto estremo a cui può arrivare qualcosa: limite di velocità, di carico (o velocità, carico limite) | caso limite, quello che si considera come il modo estremo di presentarsi di un fenomeno
4 (fig.) termine che non si può o non si deve superare: ogni cosa ha un limite; c'è un limite all'indulgenza; i limiti della legalità, della libertà; porre un limite ai propri desideri, alle spese; restare nei limiti del lecito; i limiti della mente umana; un egoismo senza limiti; oltrepassare i limiti, ogni limite | limite d'età, quello stabilito dalla legge per la cessazione o l'inizio di determinati diritti o rapporti | vittoria prima del limite, nel pugilato, quella conquistata per knock out, abbandono o sospensione dell'incontro, senza che siano state disputate tutte le riprese stabilite | abbassare, superare un limite, (sport) ottenere un primato, migliorare un record | al limite di, al massimo grado, nella misura massima: si è impegnato al limite delle sue possibilità | al limite, al massimo, tutt'al più, come ultima ipotesi: al limite dovrei finire entro domani | entro certi limiti, parzialmente: ciò è vero entro certi limiti
5 (mat.) valore a cui una funzione tende quando la variabile indipendente tende a un valore finito o all'infinito | limite di una successione, valore a cui tende il termine di posto n al tendere di n all'infinito; tale valore è espresso in funzione di n.

giovedì 1 febbraio 2007

comunicare [co-mu-ni-cà-re]
Dal lat. communica¯re, deriv. di commu¯nis 'comune'; nel sign. relig., dalla loc. del lat. eccl. communica¯re (alta¯ri), propr. 'accostarsi all'altare
v. tr. [io comùnico, tu comùnichi ecc.]
1 trasmettere, diffondere, propagare: comunicare una notizia, un movimento, un contagio
2 (relig.) amministrare la comunione
3 (ant.) mettere in comune: con lui comunica ogni suo bene (BOCCACCIO Dec. X, 8) ||| v. intr. [aus. avere]
1 essere in rapporto di comunicazione con qualcuno: comunicare a voce, a gesti, per lettera | (estens.) far note o condividere idee, sentimenti profondi: non riesce più a comunicare con i genitori
2 essere in collegamento, in contatto (detto di luoghi, ambienti, parti di un insieme): tutti i locali comunicano con il salone ||| comunicarsi v. intr. pron.